Nella giornata di oggi, il Consiglio dei Ministri approverà in via definitiva il decreto legislativo in materia di accertamento tributario e concordato preventivo biennale. Il decreto è all’ordine del giorno e la conferma è arrivata anche dal Viceministro all’Economia, Maurizio Leo, che nel corso di un convegno organizzato dall’ANC, tenutosi ieri a Roma, si è soffermato sulle modifiche alla prima versione del provvedimento già anticipate nelle scorse settimane.

Verrà eliminato il punteggio ISA pari a 8 come requisito minimo di accesso, così da “spingere gradualmente tutti i contribuenti che a oggi sono sotto quella soglia (circa il 55% su una platea complessiva di 2,4 milioni di soggetti ISA, ndr) a rimettersi in linea con il punteggio che garantisce una certa tranquillità dal punto di vista dell’affidabilità fiscale”. Accolta, quindi, la richiesta della Commissione Bilancio del Senato. Non così, invece, per l’altra raccomandazione nel parere della Commissione, secondo cui la proposta del Fisco dovrebbe rimanere entro un massimo del 10% in più sul livello di reddito rilevato nell’anno precedente. “Questa – spiega Leo – è una cosa che non ci sentiamo di accogliere perché suonerebbe come un condono”.

Quanto al calendario, confermato lo spostamento al 15 ottobre della scadenza sia per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi sia per la risposta alla proposta di concordato che arriverà dal Fisco, mentre il programma informatico per il calcolo degli ISA dovrebbe essere messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate entro giugno. Un ampliamento dei termini adottato in considerazione del fatto che “il 2024 è il primo anno in cui ci si immette in questo nuovo percorso”.

E lo sarà a maggior ragione per i forfetari, “perché solo da quest’anno avranno la fatturazione elettronica, mentre fino al 2023 c’era il distinguo tra chi fosse sopra o sotto i 25 mila euro. Considerato, quindi, che non abbiamo tutti i dati, il 2024 sarà considerato sperimentale, mentre dal prossimo anno si passerà alla gestione ordinaria”.

Chiuso il capitolo concordato preventivo biennale, si passerà ai successivi decreti attuativi. I prossimi due saranno quelli relativi a sanzioni e riscossione, e dovrebbero arrivare in Consiglio dei Ministri, per l’approvazione preliminare, intorno alla metà di febbraio. Entro fine febbraio, invece, dovrebbe essere pronto il decreto relativo ai quei tributi che “non costano troppo” e su cui, quindi, non c’è bisogno di particolari coperture finanziarie. Ed è proprio in questo decreto che dovrebbero essere inserite le agevolazioni, previste dalla delega fiscale, per i processi di aggregazione degli studi professionali.

“Una cosa a cui tengo particolarmente – ha sottolineato Leo – è l’applicazione dei meccanismi di neutralità fiscale previsti per le imprese anche agli studi professionali. Oggi se due studi si vogliono aggregare, ed emerge una plusvalenza, quella plusvalenza viene tassata, mentre in caso di aggregazioni aziendali no. Dobbiamo spingere il mondo delle professioni verso le aggregazioni, perché in questo modo sarà in grado di sfidare le grandi società di revisione su materie importanti come, ad esempio, la cooperative compliance”.

A proposito di cooperative compliance, il Presidente dell’ANC, Marco Cuchel, ha chiesto che non venga istituito un altro elenco di professionisti a cui iscriversi per poter accertare il rischio fiscale delle imprese: “Ne abbiamo già 14 – ha spiegato – per svolgere attività che sono già ricomprese nell’oggetto della nostra professione. Ecco, va bene agevolare le aggregazioni, ma se vogliamo davvero renderci più appetibili agli occhi dei giovani dobbiamo tenere queste attività all’interno della professione”.

Quanto, invece, al nuovo calendario fiscale, secondo Cuchel si è trovato “un buon compromesso” quantomeno per il 2024, ma rimangono le perplessità per il calendario “a regime”, con delle tempistiche più strette che “potrebbero comprimere troppo l’attività degli studi”. Mentre, in vista del prossimo decreto sulle sanzioni, il Presidente dell’ANC ha chiesto che venga risolto il problema della non assicurabilità delle sanzioni dirette inflitte ai professionisti.

Altro tema aperto quello relativo alla tassazione sui rendimenti degli investimenti delle Casse, che ad oggi è al 26% e che gli enti previdenziali vorrebbero quantomeno equiparata alla tassazione applicata ai fondi pensione (20%), anche in virtù dei loro numeri: “1,6 milioni di iscritti – ha ricordato Stefano Distilli, Presidente della CDC –, 12 miliardi di contributi versati, 7,7 miliardi di prestazioni erogate, 104 miliardi di patrimonio, 650 milioni di imposizione diretta e circa 2 miliardi di imposizione indiretta”.

Senza dimenticare i circa 10 miliardi investiti in titoli di Stato e i quasi 2 miliardi in quote della Banca d’Italia. Anche su questo tema, è arrivata un’apertura da parte del Viceministro Leo, ma parziale: “È giusto abbassare il livello di tassazione – ha concluso – ma per renderlo politicamente accettabile, dobbiamo ancorarlo agli investimenti utili al sistema Paese, siano essi titoli di Stato o sostegno all’economia reale”.

Fonte: Eutekne INFO

Savino GALLO

CONDIVIDI